1. AMORE PER UNA MADRE
Nel 1905, mio padre Martin era l’ultimo di undici figli nati da sua madre Rosa, o almeno così lui pensava dapprincipio. Non ne ha mai dimenticato il volto, consunto ma ancora bello, con l’ovale incorniciato da onde di scuri capelli. Nell’unica foto che abbiamo di lei Foto1 appare ingrassata – chi non lo sarebbe con tutti quei figli – ma come era tutta presa da lui nei primi quattro anni, fino alla nascita del fratellino Dezso! Da quel momento fu Dezso il pupillo di Rosa, e tale rimase per il resto della sua vita. Tutto ciò che restò a Martin fu il ricordo, che egli cercò sempre di tenere vivo scegliendo mogli che le rassomigliassero.
Così Martin fu lasciato alle cure del fratello maggiore Alex, il “selvaggio”. La fattoria ungherese in cui il padre Adolf faceva il sovrintendente presentava per i due ragazzi molte occasioni di combinare guai. “Perché non giochiamo al macellaio?” propose Alex un giorno, sollevando l’ascia appesa nel fienile. “Tu sei l’agnello, metti la mano su questo ceppo di legno…”. Martin fu portato di corsa dal dottore con quattro dita insanguinate pericolosamente penzolanti, ma se la cavò con soltanto una cicatrice a vita. Un’altra volta Alex seppellì in un campo Martin fino al collo e lo abbandonò là per tutta la notte. Nessuno si accorse della sua mancanza fino al mattino seguente, tale era la folla attorno al tavolo da cucina che rumoreggiava reclamando il cibo.
Alex scappò di casa per la prima volta quando aveva 14 anni e sembrava molto più grande della sua vera età. Lo ritrovarono in un elegante complesso termale, dove si era fidanzato con una giovane contessa, ma ciò malgrado lo riportarono indietro a forza. Presto fuggì una seconda volta, e nulla più si seppe di lui. Dato che il cognome della famiglia era Willinger, si sospettò più tardi che avesse fatto fortuna in America nella persona del gangster Dillinger – un tipo di successo perfettamente consono al suo stile.
Martin, deprivato financo di questa ambigua relazione, presto lasciò casa anch’egli. Spintosi fino a Budapest in cerca di lavoro, per risparmiare dormiva in un dormitorio: gli “ospiti” riposavano stesi di traverso a una fune tirata tra le due estremità di una stanza. Nei fine settimana veniva invitato a cena da lontani parenti, ma lasciò perdere dopo aver notato che servivano gli spaghetti in una grande pentola di stagno che era usata anche per i pediluvi. Fu allora che incontrò Johan, una placida ragazza che divenne la sua prima moglie. Sembrava proprio una versione più giovane di sua madre Rosa ed era probabilmente di qualche anno più grande di lui. O almeno così appare in foto, accanto a un Martin dai radi baffetti e dall’aria sparuta. Foto2
Il lavoro era carente anche nella capitale ungherese Budapest, per cui la giovane coppia emigrò in Francia sperando in una vita migliore. Qualificatosi come aiuto idraulico, Martin presto trovò lavoro in una fabbrica. Qui andò incontro ad un altro esito fortunoso: mentre riparava le gronde di un tetto, sollevandosi in piedi toccò con la spalla dei fili elettrici scoperti al di sopra di lui. I suoi piedi bagnati lo avrebbero condotto a una morte precoce se non fosse caduto all’indietro sul pendio del tetto anziché nel profondo vuoto sottostante. I suoi compagni di lavoro avevano già informato Johan della sua morte quando si presentò a casa, con solo una brutta bruciatura sul braccio.
Con i soldi di risarcimento dell’infortunio e un po’ di risparmi, Martin e Johan tornarono in Ungheria per metter su famiglia. Nacque infatti la piccola Vera Foto3, che naturalmente somigliava a sua madre Johan, e quindi a Rosa, la mamma di Martin. Lo stesso volto ovale con gli stessi scuri capelli ci guarda dalla fotografia, ma lui l’avrebbe forse amata ugualmente se fosse stata bionda come me? La loro felicità durò una dozzina di anni, durante i quali il lavoro andò bene e persino acquistarono persino una casetta a Nyiregyhaza, la città natale di Martin.
Era la casa da cui tutti furono portati via dai Nazisti durante la guerra, e a cui Johan e Vera Foto4 non fecero mai ritorno. Solo Martin riuscì a scappare e tornare indietro a piedi dal campo di lavori forzati in cui era stato deportato, per ritrovarsi all’età di 40 anni con una casa vuota e la vita in rovina. Lui che mai aveva fumato prima prese a fumare come un turco per non impazzire di ricordi. Fu allora che riapparve sua cognata Edith, un’altra sopravvissuta in cerca di un posto in cui stare. Anch’ella somigliava a sua madre Rosa e forse fu questo a farlo innamorare così presto. Pure i genitori di lui erano stati portati via, solo questa somiglianza rimaneva. Con la mia nascita iniziò per Martin una nuova storia, un nuovo amore con una figlia bionda finalmente somigliante a lui, che sarebbe continuata fino alla sua morte nella lontana New York.
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