Un secolo d'amore

 

Amore per il proprio paese

Page history last edited by Anonymous 2 yrs ago

9. AMORE PER IL PROPRIO PAESE

 

L’America non si rivelò essere proprio come i miei genitori avevano sperato. Non vi erano impieghi d’ufficio disponibili per uomini cinquantenni che non parlavano l’Inglese, così Martin ricominciò a lavorare in fabbrica. Pur avendo lottato tanto duramente in passato per uscire da questa modesta posizione, ora doveva continuarla fino alla pensione. Edith, ancora disabile a causa dell’ictus di quasi dieci anni prima, contribuì un po’ all’economia familiare assumendo lavori di riparazione di cucito da fare a casa. La terra delle opportunità non faceva per loro, al più consentiva di risparmiare il più possibile dei loro guadagni per fornire a me una possibilità di miglioramento. Anch’io fui messa al lavoro, a tempo parziale dopo le ore scolastiche, non appena divenne legalmente possibile all’età di 14 anni Foto20, per dare il mio contributo.

 

I miei genitori sentivano la mancanza dell’Ungheria, naturalmente, e non impararono mai realmente la lingua del loro nuovo paese. Martin leggeva il New York Times tutte le sere ma era troppo nervoso per intrattenere con qualcuno una vera conversazione, persino con i suoi compagni di fabbrica. Edith parlava sempre in Ungherese, non solo a casa ma anche con sua cognata che viveva nello stesso stabile. Mi ha sempre rimproverato di non averle insegnato l’Inglese, che io, avendo dieci anni, avevo invece acquisito molto velocemente. Quando si rendeva necessario un interprete per atti ufficiali, quello era sempre compito mio. Come detestavo che mia madre cercasse di contrattare per mio tramite nei negozi! Con i loro modi di gente del “vecchio continente”, non sembrarono mai adattati.

 

Martin sarebbe tornato in Ungheria se avesse potuto, ma questo non era economicamente fattibile. Dopo qualche tempo vi fu un’amnistia per i profughi, ma lui era tropo anziano per ricominciare tutto da capo, anche nel suo paese d’origine. Cosicchè si rassegnarono alla povertà nel Bronx, speranzosi che io avrei trovato la mia strada verso una vita migliore attraverso lo studio ed il duro lavoro. Foto21 Ma anche in questo doveva arrivare una delusione, quando lasciai New York per l’Italia proprio non appena le cose iniziavano a migliorare: conseguimento della laurea Foto22 e inizio del primo lavoro a tempo pieno nel nuovo e ben remunerato campo dei computer.

 

Ormai loro riuscivano a gestirsi in qualche modo Foto23 senza un interprete e furono in grado persino di trasferirsi in un appartamento migliore in un complesso di nuova costruzione, ancorchè sempre nel Bronx Foto24. Là Martin finalmente andò in pensione e si godette il tempo libero leggendo e passeggiando da solo nel verde di quell’area Foto25. Tornava da Edith con grandi mazzi di fiori selvatici che lei non sapeva dove mettere, poco apprezzando i suoi romantici sforzi. Ora che non dovevano più mantenermi, poterono spendere parte dei loro risparmi per un viaggio in Australia, dove il fratello e la sorella di Edith erano emigrati con le loro famiglie, per fare visita a quegli amati parenti che non avevano più visto per quasi venti anni. Foto26

 

Successivamente, dopo trent’anni negli Stati Uniti, tornarono pure in Ungheria per una visita, Foto27 con me e il mio marito italiano. Appena mio padre Martin mise piede fuori dall’auto nel nostro vecchio villaggio natìo, un passante lo riconobbe e lo invitò al funerale, che si teneva proprio quel giorno, di un vecchio compagno del campo di lavoro forzato. Fu così che tutti andammo a vedere il locale cimitero ebraico, piuttosto abbandonato, con al centro un enorme monumento marmoreo Foto28 riportante l’elenco dei nomi delle persone che non erano mai tornate dalla guerra. Tutti i nomi della nostra famiglia vi comparivano, nonni, zie e zii, e naturalmente la prima moglie e la figlia Vera di Martin. Lui, il sopravvissuto, poté solo piangere per questi ricordi (come piangeva tutte le volte che ascoltava canzoni ungheresi), stringendosi a Edith per conforto.

 

Tornando negli Stati Uniti, questo conforto divenne ancor più necessario, perché Martin scoprì di avere un cancro alla laringe, che doveva essere operato. Non reimparò più a parlare e sebbene si fosse rimesso fisicamente Foto29, la frustrazione mentale risultante lo condusse lentamente alla malattia di Alzheimer. Edith lo accudì fedelmente in tutto questo, con scarso aiuto da parte mia, che lavoravo nella lontana Italia e potevo andare da loro solo per visite occasionali. Alla fine diventò violento con lei e non poté più essere tenuto in casa nemmeno con qualche badante. Poichè ormai non riconosceva più nessuno, la soluzione finale fu una casa di cura, dove visse solo sei mesi, giusto il tempo di consumare i risparmi di tutta la vita. Se solo avesse speso il denaro in modo più piacevole, magari con più frequenti viaggi nella terra amata e rimpianta!

Comments (0)

You don't have permission to comment on this page.