5. AMORE PER IL CAMBIAMENTO
Martin aveva promesso di sposare Edith e lo fece il più presto possibile, ma altre, implicite promesse non furono altrettanto facilmente onorate. Dopo avere divorziato dal primo marito Herman che era “riemerso dalla morte” in un campo di lavoro nazista per scoprire che Edith viveva con il di lui e di lei cognato, le cose si stavano finalmente rimettendo a posto. I miei genitori Foto11 si erano sistemati con il frutto del loro amore Marianna (me) nella casetta di Martin a Nyiregyhaza, per ricominciare ottimisticamente una nuova vita dopo la guerra.
Dato che la maggior parte dei commercianti ebrei non erano tornati dai campi di sterminio, molti negozi erano in vendita a basso prezzo e Martin ne scelse per sé uno buono, con l’insegna FARAGO’S sulla strada principale e dotato di un assortimento completo di abiti da uomo e da donna. Prima di fare questo, era andato in giro durante la settimana per i vari mercati di campagna offrendo le sue mercanzie, ma ora la via sarebbe stata più facile … Il negozio era pronto per riaprire, tranne per le insegne, incise su vetro e molto costose da sostituire. Furbo come sempre, Martin giunse presto alla conclusione: “E’ più facile cambiare questo mio cognome Willinger, che con la sua connotazione ebraica certo non mi ha portato molta fortuna in passato!”. Detto fatto, e all’età di un anno e mezzo anch’io mi trovai ad effettuare il primo dei miei cambi di identità.
Edith ogni giorno andava in bicicletta al negozio ad aiutare Martin con i clienti, lasciandomi alle cure di due contadine che venivano ad accudire me e la casa. Era facile in quei giorni trovare un aiuto, magari non così qualificato come sarebbe stato desiderabile. Una delle donne depositò in terra vicino alla cucina a gas un pentolone di acqua bollente per farlo raffreddare, e io ovviamente mi ci sedetti tranquillamente sopra. Mi tennero per mezz’ora sotto l’acqua corrente, il che probabilmente non contribuì ad un rapido ristabilimento. Quanto trambusto, per una piccola cicatrice che mi avrebbe segnato per anni in una parte nascosta, forse un segno della mia nuova identità? Foto12
Era il 1948 in questa foto Foto13 in cui mi si vede al sole con mia cugina Vivian appena arrivata dall’America. Dev’essere piuttosto caldo dato che siamo vestite in prendisole, il mio abbastanza scoperto da mettere in evidenza la mia sovrabbondanza di ciccia infantile. Pur non sapendo ancora leggere, già indosso gli occhiali, e li uso per esplorare il mondo intorno a me. Sullo sfondo, la mia balia Ilonka ci sorveglia, forse per assicurarsi che io non cada dal muretto su cui sono così stranamente appollaiata.
Nel corso delle storie che era solito narrarmi prima di dormire, mio padre Martin mi raccontava sempre le sue avventure durante la guerra e come noi siamo stati i soli sopravvissuti dell’intera nostra famiglia. Ma un giorno si presentarono questi stranieri dall’America e appresi che vi sono diversi membri della famiglia rimasti là, quelli che erano stati abbastanza accorti da lasciare l’Ungheria molto tempo prima. Alcuni sono ora tornati a visitarci per vedere come ce la caviamo. Forse si sentono in colpa per non aver fatto niente per aiutare tutti gli altri a scappare in tempo? O loro e gli altri che si erano messi al sicuro sono certi di aver fatto tutto il possibile per salvare genitori, fratelli e sorelle?
L’unico fratello rimasto di mio padre, Dezso, con la moglie Lilly e la figlia Vivian, stanno trascorrendo un breve periodo con noi prima di tornare a casa, soddisfatti di vedere che almeno qualcosa è sopravvissuto e la vita qui sta ricominciando. Fortunata Vivian che ha vissuto il periodo di guerra in America, lei che con la carnagione scura non avrebbe attraversato indenne quegli orrori – documenti d’identità falsi non l’avrebbero protetta durante i rastrellamenti! Presto ci diremo arrivederci, ignare che in meno di dieci anni ci rincontreremo nella lontana New York, dopo avere sfruttato una seconda occasione per fuggire, dietro loro incoraggiamento. Allora staremo con loro per qualche tempo e con il loro aiuto ricominceremo tutto da capo nel nuovo mondo. La famiglia è ancora la famiglia, dopo tutto, una risorsa preziosa.
Dato che la situazione dopo la guerra sembrava troppo pacifica, Martin Foto9 iniziò a occuparsi di politica. I Russi avevano liberato l’Ungheria dai nazisti tedeschi, ma nel primo paio di anni del dopoguerra non ne avevano ancora preso completamente il controllo. Si andavano formando nuovi partiti locali e Martin, che si era sempre interessato di giustizia sociale, divenne un attivista socialista, per aiutare ad amministrare la città. Organizzare le cose era per lui eccitante ed era sempre stato bravo in questo – ora questo suo talento veniva riconosciuto.
Ma il divertimento non si limitava a questo; nel corso di queste attività aveva incontrato una donna interessante, e si lasciò di nuovo indurre in tentazione. Pur essendo stato fedele alla prima moglie Johan, durante i loro quindici anni di matrimonio fino alla scomparsa di lei e della figlia Vera ad Auschwitz, e dopo essere riuscito a scampare alla morte per il rotto della cuffia, non poté più resistere a quanto la vita gli offriva. Chi sa come, Edith lo scoprì e all’inizio cercò di sopportare la cosa: “Forse si ricrederà e tornerà da me e Marianna?” Foto14
Presto la situazione precipitò. Si scoprì che la nuova amante di Martin era la moglie di un nazista ungherese che era scappato e si nascondeva all’estero. Il partito decise di espellerla e anche Martin si dimise, a sua difesa. Non pago di questo, in un momento di rabbia cedette la proprietà del suo negozio e della sua casa allo Stato, per dimostrare che le sue dimissioni non erano motivate da dissenso verso gli ideali politici, ma dall’ingiusto trattamento riservato ad una donna che non poteva essere ritenuta responsabile delle azioni del marito. La nazionalizzazione della proprietà privata non era ancora obbligatoria, come in ogni caso sarebbe diventata presto, ma lui scelse di fare da precursore!
Avendo perduto casa e lavoro, Edith non ebbe altra scelta che lasciare Martin, portandomi a Budapest per stare vicino ai suoi fratelli. La separazione divenne ufficiale e si trovò un appartamentino nella capitale per madre e figlia, con un lavoro da contabile per pagare l’affitto. Martin ci faceva visita periodicamente nei fine settimana, portandomi a passeggiare nelle colline circostanti, ma ritornava sempre a Nyiregyhaza, dove aveva trovato un posto come direttore di una fabbrica di vestiti.
Durante una di queste visite, all’età di tre anni ho recitato per i miei genitori una poesia appena imparata all’asilo. Vestita con una blusa bianca, la gonna a pieghe e il berrettino rosso, snocciolavo con serietà quelle parole, che i miei genitori ascoltavano incantati. “Sarebbe un vero peccato non vederla crescere con noi due – e se tentassimo di rimetterci insieme, per il suo bene?” Così rimasero insieme fino a oltre gli ottanta anni, e furono infine sepolti una accanto all’altro nella città di New York.
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